domenica 5 febbraio 2017


L'ATTENTATO AL LOUVRE E LA GUERRA CONTRO L'ARTE



   Nel 1944, a guerra ancora in corso, venne pubblicato a Milano dalla casa editrice Domus un interessante volume dal titolo La guerra contro l'arte, di autore anonimo. In questo volume si deprecava l'incurante devastazione portata al nostro patrimonio artistico e culturale dagli Alleati, da chi, cioè, "ha voluto colpirci nel più intimo dei nostri beni, cioè nel retaggio più prezioso del nostro grande passato e della stessa nostra coscienza nazionale".

   Un approccio simile era già stato utilizzato nel celebre volume del Ministero della Cultura Popolare  Che cosa hanno fatto gli Inglesi in Cirenaica (1941) dove compaiono le fotografie dei musei di arte classica devastati da atti di puro vandalismo. 
   La legislazione che tutela i beni artistici in caso di conflitto è a tutt'oggi risultata ben poco efficace: le Regole dell'Aja del 1899 e i successivi interventi, alla fine lasciavano comunque al responsabile dell'eventuale attacco il compito di autoregolarsi nel tutelare, oltre che il proprio patrimonio, anche quello del nemico. 
  
   E tuttavia il problema era sentito ben prima del 1899. 
   Nel suo Storia di Roma (1,29) lo storico romano Livio ricorda la distruzione della città di Alba Longa da parte dei Romani. Livio, che pure vede nelle vicende della Roma arcaica una storia esemplare, non può però astenersi da un lapidario commento:
   "Usciti gli Albani dalla città, l'esercito romano rade al suolo ovunque tutte le case pubbliche e private, in una sola ora diede alla distruzione e alla rovina l'opera di quattrocento anni". 
    Con lo stesso spirito Tacito conclude il racconto del devastante incendio di Roma del 64 d.C.: 
   "Calcolare il numero delle case, degli isolati e dei templi andati distrutti non è facile: fra i templi di più antico culto bruciarono [...] il delubro di Vesta coi penati del popolo romano; e poi le ricchezze accumulate con tante vittorie, e capolavori dell'arte greca e i testi antichi e originali dei grandi nomi della letteratura, sicché, anche nella straordinaria bellezza della città che risorgeva, i vecchi ricordavano molti capolavori ora non più sostituibili. " (Annali XV, 41). 
   Quindi, l'arte e la storia, anche quelle altrui, viste come tesori insostituibili.


Belisario in un mosaico ravennate
    Ma se l'incendio di Roma fu un'immane disgrazia, Procopio nella Guerra Gotica (III, 22) stigmatizza la distruzione volontaria del patrimonio dell'umanità citando la lettera che nel 544 il generale Belisario inviò al re dei Goti Totila che ormai aveva in mano Roma: 
   "Creare bellezze inesistenti in una città potrebbe essere opera d'uomini geniali ed esperti del viver civile; così, cancellare quelle esistenti è proprio degli stolti, che non si vergognano di lasciare ai tempi  a venire un tale segno della loro natura. Roma è, per riconoscimento comune, la più grande e la più cospicua di tutte quante le città che si trovano sotto il sole. 
   Non è stata fatta dal genio di un uomo solo né è giunta a tanta grandezza e bellezza in forza d'un tempo esiguo: una quantità di imperatori, schiere e schiere d'uomini di valore, lunghezza di tempi e strabocchevole copia di ricchezze sono riuscite a concentrare qui, oltre a tutto il resto, anche grandi artisti da tutto il mondo. 
    Così, a poco a poco, costruirono la città quale tu la vedi lasciando agli avvenire tali memorie della genialità di tutti, che un oltraggio recato ad esse sarebbe giustamente da considerare un delitto contro l'umanità d'ogni tempo perché toglierebbe agli uomini del passato la memoria del loro ingegno e a quelli del futuro la vista di tali opere. 
   Stando così le cose, renditi bene conto di questo: delle due l'una: o tu sarai sconfitto dall'imperatore in questa guerra, o vincerai, se così vuole la sorte. 
   Ora, supponiamo che tu vinca: se avrai raso al suolo Roma, non avrai distrutto la città di un altro, bensì la tua, valentuomo; se la conservi t'arricchirai, è naturale, del più splendido dei possessi. Supponiamo ora che ti tocchi la sorte peggiore: se avrai salvato Roma, il vincitore te ne sarà molto grato; se l'avrai distrutta, non ci sarà luogo, per te, ad alcuna umanità, e per giunta non avrai certo alcun vantaggio da tale azione. 
    Ti circonderà una fama adeguata al tuo agire, da parte di tutti gli uomini: essa è lì pronta per te, quale che sia la decisione che tu prenda...". 

   Totila, il barbaro di ieri, salvò Roma. Oggi invece il problema della guerra contro l'arte ci si ripresenta drammaticamente mentre i mezzi di informazione ci bombardano con le immagini della devastazione di Palmira da parte dell'Isis.
   "I gruppi armati tendono, infatti, a costruire e preservare la propria identità etnica, religiosa e ideologica. Si assicurano pertanto di attaccare monumenti e luoghi di venerazione che meglio definiscono l’identità delle loro “vittime” .... Nell’atto vandalico contro le opere artistiche è percepibile l’atto intenzionale di annullare riferimenti culturali e storici di altre comunità .... L’obiettivo della distruzione è la persistenza della cultura collettiva sociale o comunitaria e la demolizione di sistemi di pensiero alternativi a quello che aspira a diventare l’unico dominante ... La guerra psico-sociale che i “vandali d’arte” intraprendono attraverso la distruzione di questi punti di riferimento esistenziali pone in evidenza la non-passività di tali oggetti inanimati all’interno di un codice sociale e culturale. Tali oggetti agiscono negli immaginari umani, cambiano gli eventi, interagiscono con i propri fautori in modo mutevole attraverso un percorso storico. Il valore intrinseco che gli oggetti prodotti dall’umanità possiedono è espresso dalla moralità che le diverse comunità attribuiscono loro. Difatti, gli artefatti esprimono la Weltanschaung dei loro promotori, decodificabile da essi stessi e da chi vuole intendere la loro interpretazione e abbracciare la medesima moralità, anche per un attimo soltanto." (Estella Carpi)
    E' esattamente questo che rappresenta l'indimenticabile personaggio del macchinista francese Papa Boule, ubriacone e ignorante, pronto però a sacrificare la sua vita per salvare le opere d'arte,"le glorie della Francia", trafugate da Parigi ad opera dei nazisti nel bellissimo film Il treno (The train, 1964) di John Frankenheimer, dal romanzo di Rose Valland Le front de l'art



Il treno: il colonnello Von Waldheim (Paul Scofield)
 ammira i "suoi"quadri nel museo che sta depredando.
   Noi (cioè noi moderni, noi Italiani) cresciuti all'ombra dei resti della stessa città vissuta da Tacito, all'ombra delle cattedrali romaniche, della Cappella Sistina, delle cupole del Correggio, delle statue di Canova noi, dunque, cresciuti nel bello e nella storia ed educati dalla nostra scuola al bello e alla storia, abbiamo ancora la forza, come Tacito o Procopio, di scandalizzarci per l'uccisione di un vecchio professore che alla custodia del bello e della storia aveva dedicato la vita; abbiamo la capacità di considerare una perdita insostituibile per tutta l'umanità la distruzione di Palmira, dei mausolei degli sceicchi, delle statue dei Budda.
   Ma intanto la nostra scuola, la "buona scuola", vanifica completamente l'insegnamento della storia e falcidia quello dell'arte (sono gli anni, guarda caso, in cui cominciano a crollare Pompei, la Domus Aurea, il Colosseo). 
    I nostri figli saranno ancora capaci di scandalizzarsi? Non so se la bellezza salverà il mondo; non posso immaginare tutto quello che passa nelle menti intossicate e sconvolte dei criminali dell'ISIS, ma di una cosa credo di poter essere certa; non sanno che cosa sono né il bello né la storia. Proprio come i nostri figli fra poco.
    
    Non è dunque un caso che l'ultimo attacco dell'estremismo musulmano sia avvenuto al Louvre.
    
   
"Prima" e "dopo" il trattamento ai Musei Capitolini
Ed ecco che il giorno dopo l'indecente episodio della visita del presidente iraniano ai Musei Capitolini, il 26 gennaio 2016, l'ex direttore della "Gazzetta di Parma", Filiberto Molossi, commentava il fatto della copertura delle statue come frutto del male del secolo, il "politicamente corretto". E tuttavia ironizzava citando le guerre persiane: "E si sa almeno dai tempi di re Serse che gli iraniani non vanno presi sottogamba". 

    Mi permisi allora di scrivere una lettera al direttore che, salvo errore, a quel che mi risulta non fu mai pubblicata, in cui commentavo:
"Opportunamente Lei cita Serse come esempio dei rapporti non cordiali intercorsi fin dall'antichità fra Oriente e Occidente. E' Erodoto che per primo tratta il problema considerando le Guerre Persiane come guerre senza precedenti, segno dell'inconciliabilità tra i due mondi.  Nell'articolo Lei omette però di ricordare che sia Serse sia il padre Dario furono fermati nei loro progetti di conquista, sconfitti sul campo dai Greci, armi in pugno, rispettivamente alle Termopili e a Salamina nel 480 a. C. e a Maratona nel 490 a. C. Episodi, questi, rimasti tra i miti fondanti del comune immaginario dell'Occidente, archetipi della vittoria della libertà e della democrazia sul dispotismo e la schiavitù.     
   Da qui l'orgoglio di Pericle, che rivendica il ruolo di Atene, nel bellissimo discorso che Tucidide ne La Guerra del Peloponneso gli fa pronunciare in memoria dei caduti del primo anno di scontri (431 a.C.).
   L'encomio, al di là del pur presente intento propagandistico, riassume molti fra i principi cardine della democrazia occidentale moderna.
   Davanti all'ignobile atto di abiura (e non uso questa parola in senso figurato) compiuto dai nostri politici nei confronti di quei principii e della nostra cultura, vorrei ricordare l'indimenticabile passo di questo discorso che suona così: 
   Φιλοκαλοῦυμεν.... και φιλοσοφοῦμεν... , e cioè, Amiamo il bello.... e il sapere... che, come i nostri duemila e cinquecento anni di storia ci insegnano, non devono andare disgiunti".


Atene



RIFERIMENTI:

Che cosa hanno fatto gli Inglesi in Cirenaica, Roma , Ministero della Cultura Popolare, 1941
Guerra contro l'arte (La), Milano : Domus, 1944
Procopio di Cesarea: Guerra Gotica, III - 22
Tito Livio:  Storia di Roma (Ab Urbe condita libri), I - 29
Tacito, Lucio Cornelio: Annali (Annales), XV - 41
Tucidide: La Guerra del Peloponneso, II 36 - 41

e inoltre:

www.reset.it/reset-doc/iconoclasti-di-oggi-da-saddam-a-isis
www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=210


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venerdì 14 ottobre 2016

L'IDEOLOGIA TRIPARTITA DEGLI INDOEUROPEI di Georges Dumezil: un classico di ieri per la comprensione dell'Europa di oggi.

     Quando nel 1958 Georges Dumezil pubblicò il suo volume L'ideologie tripartie des Indo-Européens (coll. Latomus - Bruxelles) ci si trovò di fronte al compimento di un lungo percorso e contemporaneamente al punto di avvio di tutte le successive disamine. A tutt'oggi L'ideologia tripartita degli Indoeuropei è un classico dell'antropologia e una pietra miliare negli studi di indoeuropeistica.
     In questa opera Dumezil teorizza (e dimostra)  l'esistenza presso le diverse popolazioni
indoeuropee di tre classi con diverse funzioni sociali e cosmiche:
i sacerdoti, che "studiano e insegnano la scienza sacra e celebrano i sacrifici";
i guerrieri, "che proteggono il popolo con la loro forza e con le loro armi";
gli agricoltori - allevatori cui sono affidati "l'allevamento e l'aratura, il commercio e, più in generale, la produzione di beni materiali.
     Si costituisce così una società completa e armonica, presieduta da un personaggio a parte, il re...generalmente nato e qualitativamente estratto dal secondo livello". 
Questo schema è rintracciabile presso le società indiane come presso gli Sciti, le società iraniche, i Celti e i Romani. 

   Con l'occasione mi fa piacere ricordare che un giovane studioso di Parma, Giacomo Scalfari, ha recentemente pubblicato per i tipi di Keltia un interessante saggio dal titolo Terra, guerra, magia che individua nella tradizione occidentale la presenza costante del trifunzionalismo descritto da Dumezil, in particolare presso le popolazioni celtiche e, da lì, nel Medioevo europeo. 
     Il libro si apre con alcune considerazioni sulla tradizione indoeuropea arcaica, ne individua l'eredità presso i Celti e si chiude con alcune riflessioni sugli echi indoeuropei nel ciclo bretone. 
     Ma a che cosa si deve la perdurante vitalità di un modello così antico? Innanzitutto al periodico riproporsi di particolari condizioni sociali che continuavano a renderlo attuale ed efficace. 
     Non bisogna poi dimenticare che religione, mitologia e soprattutto epopea e racconti leggendari, hanno conservato nei secoli l'originale nucleo arcaico trifunzionale. 
     Il volume di Scalfari non manca di rilevare anche una componente per così dire opportunistica, sfruttata nel Medioevo europeo dalle classi dominanti al fine di giustificare il mantenimento del proprio potere. 

     Queste considerazioni ci hanno portati a porci una domanda: in questo periodo di profondi e continui cambiamenti, l'antico modello che fin qui ci ha accompagnati ha ancora un qualche valore o un qualche tipo di funzionalità?
     Abbiamo trovato una risposta interessante in un articolo di Javier Esparza che, a dir la verità, data già a un paio di decenni fa:
     "Se vogliamo ripensare il mondo "in europeo," dobbiamo partire da ciò che costituisce l'eredità intellettuale specificamente europea: la comprensione tripartita della società. 
     Ritornare all'origine, interrogare i fondamenti della nostra cultura, la nostra più primitiva coscienza storica e spirituale, ecco che cos'è indispensabile se vogliamo trovare una soluzione europea per i secoli a venire. ben al di là delle semplici relazioni commerciali inter-europee (terza funzione) o dei problemi della difesa comune (seconda funzione), l'Europa deve far fronte all'imperiosa esigenza di ritrovare la sua piena sovranità (prima funzione). Questo progetto non può alimentarsi che a una sola fonte: la ri-dinamizzazione del nostro passato e della nostra storia. 
     Dobbiamo avere la memoria lunga: la storia appartiene a chi la merita" ("Punto y Coma", n. 5).


martedì 3 maggio 2016

"UN RE SENZA UNA SPADA, UNA TERRA SENZA UN RE"

   "Una spada forgiata da un dio, annunciata da un mago, trovata da un re". Così recitava la bellissima locandina del film Excalibur (id., 1981) diretto da John Boorman. 
   Ma Excalibur non è l'unica spada celebre della storia (e della leggenda); non l'unica conosciuta per nome. Possiamo ricordare Mimung, la lama forgiata dal magico fabbro Weland, e soprattutto, ricordate?, la Durlindana di Orlando nella Chanson de Roland.
 Dico "ricordate?" perché la mia generazione (classe 1968) è cresciuta sentendosi raccontare a scuola episodi epici e meravigliosi; questi erano i nostri eroi: Ettore e Achille (e la classe regolarmente si divideva in due fazioni), Leonida e i suoi Trecento alle Termopili, Annibale e gli elefanti attraverso le Alpi.... Fra questi certo anche Orlando che suona il corno a Roncisvalle e, per non lasciare la sua spada nelle mani dei Saraceni, prima prova a spezzarla poi, non riuscendoci, la nasconde, morente, sotto il suo corpo.

Ricordo ancora la pagina del mio libro di letture con il disegno dell'eroica resistenza della retroguardia di Carlo Magno contro gli invasori.
   Ora nei libri delle elementari non si parla più di Leonida, ad Annibale sono dedicate sette righe (vi rimando per questo ad un prossimo post); di Orlando neanche la più piccola traccia. E non c'è di che stupirsi visto che la battaglia di Roncisvalle, così com'è presentata nella Chanson, è assolutamente non politically correct: capirete, l'eroe è tale perché stermina il maggior numero possibile di Saraceni che stanno tentando di invadere l'Europa....

   Ecco perché alle parole di mio figlio "Mamma, che cos'è la Durlindana?" ho sentito come un tuffo al cuore, ho fissato il bambino  come se fosse un'apparizione mistica, mi sono inginocchiata davanti a lui, gli occhi negli occhi, e, afferrandolo per le spalle, gli ho sussurrato "Dimmi, gioia, quale delle tue maestre ti ha raccontato di Orlando, della battaglia di Roncisvalle e della Durlindana?". "Nessuna. - mi ha risposto lui - L'ho letto su Topolino". 
   E qui, una volta per tutte, ho capito. In questo mondo alla rovescia, in questo mondo privo di memoria, e quindi di futuro, ("Life is now", "Il fatto che ciò che oggi è nuovo domani è già passato?")¹, in questo mondo in cui si esaltano gli effetti di una crema antirughe con un provocatorio aforisma di Oscar Wilde ("La Bellezza è l'unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come la sabbia, le credenze si succedono l'una all'altra, ma ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed è un possesso per tutta l'eternità.”²); in questo mondo, dicevo, se si vogliono conoscere la storia e i miti fondanti alla base della civiltà e dell'identità europea, ci vuole Topolino.
   Ma non finisce qui: come mai al giorno d'oggi su Topolino compare una cosa del genere? La risposta è semplice: la battuta si trova nella storia dal titolo Topolino e la spada invincibile, pubblicato nella raccolta Disney. Le più belle storie fantasy edita da Giunti nel 2015  ma risale al numero 1728 del 1989. Di tutta la nuova raccolta, questa è la storia più datata.
   Il che equivale a dire che i nostri figli non hanno più neanche le competenze per leggere Topolino. Amen.



¹ Rispettivamente il testo dello spot pubblicitario della Vodafone e del Samsung Galaxy S7
² Provocatorio perché la celebre espressione κτῆμα ἐς αἰεί (ktema es aiei, possesso per sempre) fu coniata da Tucidide in riferimento alla sua opera di storico.



lunedì 21 marzo 2016

IN SCIENZA E COSCIENZA. Il problema della vaccinazione nell'opinione pubblica e medica del Settecento.

       Sto sfogliando i due bellissimi volumi della Sonzogno dedicati all'Esposizione Universale di Vienna del 1873 e mi trovo davanti una xilografia riproducente la più celebre delle opere del piemontese Giulio Monteverde (1837 - 1917): si tratta di una statua in gesso dal titolo Eduardo Jenner che inocula il vaccino al figlioletto e raffigura il medico inglese accanto al culla del bambino nell'atto di iniettare al piccolo il suo vaccino sperimentale (nell'anno 1796). L’opera vinse una medaglia d’oro all' Esposizione riscuotendo un grande successo di critica, e altrettanto ne ebbe una versione in marmo presentata successivamente all'Esposizione Universale di Parigi (una versione in bronzo è conservata nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma).
       Alla determinazione di Jenner si deve la scomparsa del vaiolo e la dimostrazione della validità della vaccinazione e, quindi, della prevenzione nella cura delle malattie epidemiche. Ne sono ben conscia; eppure quando mi arriva dall'AUSL l'invito ai richiami delle vaccinazioni dei miei figli, ogni volta scatta il panico, ogni volta si ripropongono gli stessi dubbi.
Toccata nel vivo dall'argomento cerco di tenermi informata ma è quasi impossibile valutare la validità delle fonti di informazione, soprattutto oggi che siamo bombardati da notizie e contronotizie di ogni tipo.
   
     Oggi mi è però capitata in mano un fonte assolutamente degna di attenzione. Si tratta di un piccolo volume datato 1763 dal titolo Seconda memoria sull'inoculazione del vajuolo contenente la sua storia dall'anno MDCCLIV. Letta nell'Adunanza pubblica dell'Accademia Reale delle Scienze di Parigi il 15. novembre 1758 dal Signor De La Condamine, socio della medesima Accademia, e delle Società Reali di Londra e di Berlino. E' la prima edizione italiana di questo scritto del conte Charles Marie De La Condamine, membro dell'Accademia delle Scienze di Francia, ufficiale, geografo, astronomo, matematico e fervido sostenitore della variolizzazione (cioè l'inoculazione controllata del vaiolo, pratica precedente la vaccinazione Jenner), lui che, da piccolo, contrasse il vaiolo sopravvivendogli.
Il frontispizio del volume di La Condamine
      La Condamine è uno scienziato e documenta le sue argomentazioni, ma dimostra finezza psicologica nel comprendere i dubbi dei genitori: "L'argomento più specioso contro l'inoculazione è questo. Un padre sta in dubbio se debba fare innestar suo figliuolo: se questa operazione non avesse mai avuto sinistro accidente, non esiterebbe punto; ma egli sa che qualche volta ne accade; ed ha paura che il suo figlio appunto non sia vittima innocente di un disgraziato capriccio: questo è quello che lo trattiene; non vuol arrischiare nulla affatto. Mi volgo ora io a questo padre, e gli dico. La vostra intenzione è lodevolissima, voi dite che non volete arriscar nulla; io medesimo ve lo consiglierei se la cosa fosse possibile; ma qui bisogna arriscare a dispetto vostro; per voi ci sono due soli partiti da pigliare, o innestare vostro figlio, o non innestarlo: ecco due rischi da passare, uno de'quali è inevitabile; tocca a voi scegliere... Un cieco istinto vi trattiene, ma l'evidenza vi grida agli orecchi, di due pericoli fra'quali e necessario lo scegliere, scegliete il minore".
      La Condamine prende posizione anche contro le polemiche fatte gratuitamente senza base e senza costrutto  criticando il fatto che, mentre  la questione dovrebbe essere dibattuta in ambiente medico, i continui interventi sui giornali e la pubblicazione di diverse opere sull'argomento  "forzarono il pubblico a volgere la sua attenzione a quest'oggetto. Noi godevamo allora di una intera pace; l'inoculazione addivenne l'argomento alla moda de'crocchi...e si assuefecer le orecchie ad una parola ch'era stata fin'allora nascosta nelle scuole di Medicina. Ma non è la conversazione che istruisce gli uomini nelle cose serie, che richieggono esame e e discussione....Osserverete che coloro che parlano decisivamente contro di questa pratica, altro non fanno che ripetere quello che hanno sentito dire...".      
      Il lavoro di la Condamine e degli altri sostenitori della pratica della variolizzazione convinse anche i regnanti: Don Filippo di Borbone, Duca di Parma, fece di suo figlio Ferdinando, allora tredicenne, la cavia dimostrativa per la prima inoculazione del vaiolo in Italia nel 1764. Decisivo fu nel 1767 l'intervento dell'imperatrice Maria Teresa che fece inoculare i suoi figli.
La famiglia di Don Filippo; a sinistra in basso il piccolo Ferdinando
(quadro di Baldrighi custodito in Parma, Galleria Nazionale)
   
      Per tornare a Parma, confermando l'osservazione di La Condamine sulla popolarità dell'argomento, ricordiamo che Bodoni pubblicò il poemetto in ottava rima di Gioacchino Ponta, dedicato ad uno dei pionieri della vaccinazione Jenner, il ligure Onofrio Scassi: "Tu primo, o Scassi, alle materne arene/ Dalla Senna recasti il dono e il lume / Del Vaccino tesor, cui l’alta speme / Della vita e del bello affidò il nume: / A te per l’are di Liguria Imene / Offra pingui olocausti oltra il costume, / E t’applaudan dai circhi e dalle culle / I nostri pargoletti e le fanciulle" (Il trionfo della vaccinia, 1810).
       Successivamente  a Don Filippo anche Maria Luigia e poi Luisa Maria si impegnarono a rendere obbligatorie le pratiche di vaccinazione.
       Quando io oggi avanzo i miei dubbi di mamma mi sento dire "Signora, in fine dei conti lei deve avere fiducia: siamo medici e siamo qui per questo" ma non posso fare a meno di dirmi che se a chiedermi fiducia (e a offrirmi la possibilità di darla esponendosi di persona) fossero un La Condamine, uno Jenner o una Maria Teresa, probabilmente non esiterei un momento; ma quando me la chiedono un Poggiolini, un De Lorenzo o un Renzi ("Sta sereno!")...


BIBLIOGRAFIA:

- L'Esposizione Universale di Vienna del 1873 illustrata; Milano, Sonzogno, 1873
- DE LA CONDAMINE Charles Marie: Seconda memoria sull'inoculazione del vajuolo contenente la sua storia dall'anno MDCCLIV; in Napoli, presso Benedetto Gessari, MDCCLXIII.


giovedì 10 marzo 2016

HAI VOLUTO LA BICICLETTA?....

    PREMESSA

   Un'amica assiste al palese furto di una bicicletta davanti al supermercato Conad di Via XXII Luglio; telefona alle autorità; segue il ladro nei suoi spostamenti per comunicarli in diretta alle forze dell'ordine che sono intervenute; il ladro, fermato dice che la bici è sua e nessuno può dimostrare il contrario, minaccia di provocare uno scandalo in quanto studente camerunense a Parma nell'ambito di scambi internazionali; il ladro se ne va con la bicicletta.

   ANTEFATTO

   Scriveva nel 1994 Baldassarre Molossi, autore della prefazione per il volume di Rosangela Rastelli Parma in controluce: "Un paio di anni fa quando la nostra città figurò al primo posto nella classifica della qualità della vita, Riccardo Pazzaglia scrisse sul "Mattino" di Napoli un articolo dal titolo "Andate a Parma". Perché? "Lo capii - diceva Pazzaglia - da una bicicletta. Ero fermo davanti a un negozio di frutta, di quelli molto eleganti, che espongono le pere con lo stesso sussiego e quasi gli stessi prezzi di un gioielliere. E vidi giungere una signora in bicicletta, che appoggiò il veicolo a un lampione poco lontano, entrò nel negozio, fece tutta la spesa, uscì di nuovo e "trovò la bicicletta". Senza mostrare la minima emozione per averla ritrovata, la signora inforcò il biciclo e se ne andò. Da allora per me - è sempre lui che scrive - una città è vivibile quando tutti possono scendere dalla bicicletta, appoggiarla in un posto qualsiasi, andarsi a fare un fatto proprio, tornare e trovarla dove l'hanno lasciata. A Napoli - concludeva Pazzaglia - non si può appoggiare in un posto qualsiasi nemmeno la nonna senza assicurarne una caviglia al palo con una robusta catena...".

     Se dobbiamo dar retta a Pazzaglia e a Molossi, Parma non è decisamente più una città vivibile. Ma di questo i parmigiani si erano già accorti; tutti, tranne quelli che avrebbero dovuto accorgersene subito e intervenire di conseguenza. Ma qui non voglio fare tanto una polemica sulla sicurezza quanto sulla civiltà: ciò che ferisce il cuore è l'assuefazione che la gente mostra davanti alla violenza e al degrado; la continua riproposizione della bruttura anestetizza e contemporaneamente crea una sensazione di impotenza, orribile combinazione che sfocia inevitabilmente nel menefreghismo. 
    Ed ecco che, in modo insospettato, la bicicletta diventa il fil rouge di questo percorso di abbrutimento progressivo perché è evidentemente un oggetto sentito dai parmigiani come importante nella vita quotidiana e per ciò stesso rappresentativo.
   
        Nel suo bello e dolente volume Parma una città senza amore del 1981 Pier Maria Paoletti fotografava il degrado della città; nella pagina dedicata alle biciclette lamentava: "L'eleganza della "città ducale" recita un nostro tenace luogo comune. Ecco come si presentano al turista le nostre strade e i nostri portici con centinaia di biciclette caoticamente buttate contro i muri, le colonne, le vetrine, un leit-motiv che ci accompagna dovunque a richiamare, più che l'immagine della "piccola capitale", quella di un paesone della bassa. Benissimo le biciclette, per carità: ma è possibile che non si riesca a disciplinare il posteggio con un numero sufficiente di rastrelliere...e un'assidua opera di persuasione all'ordine da parte dei vigili?


Piazza Garibaldi nel volume di Paoletti
      Erano altri tempi: Per Paoletti nel 1981 (e non del tutto a torto, ricordate?) è disordine la bicicletta appoggiata ad un lampione che Pazzaglia nel 1994 saluta come un miracolo. 
   Che penserebbero entrambi oggi dei continui furti di biciclette, piaga quotidiana della nostra città, da cui non ci si può riparare neanche nel cortile di casa propria? E tutta via ormai accettata come normale, come la neve d'inverno e il sole d'estate...
   ED ECCOCI QUI...   


Borgo Regale
   E' vero: la foto di Paoletti fa pensare, ma decisamente più scorante quella scattata da me in Borgo Regale un mese fa. Quante ne abbiamo viste così? E' una delle tante biciclette "cannibalizzate" che si vedono per le vie, a volte ancora parzialmente incatenate agli stalli (parzialmente nel senso che ce ne rimane solo una parte). Sono il nuovo arredo urbano insieme ai rifiuti, ai venditori di occhiali da sole i cui espositori tappezzano le pareti del Battistero, alla gente più o meno ubriaca stravaccata sui marciapiedi delle strade dell'Oltretorrente. E chi più ne ha...

Borgo Tommasini
    EPILOGO

    E tuttavia ero arrivata a pensare un lieto fine per questa storia; non ho fatto in tempo a scriverlo. Poche sere fa ho scattato un'altra fotografia in Borgo Tommasini mentre ero per strada con i miei figli. Nell'apposito parcheggio per mezzi a due ruote stava una sorta di scooter a pedali per bambini, in ordine nella giusta posizione, insieme a quelli dei grandi. "Vedete? - ho detto entusiasta ai bambini - E'così che si fa: fin da piccoli si impara a comportarsi bene e a seguire le regole in modo che la città sia più in ordine e sicura per tutti". Quasi mi commuovevo il giorno seguente vedendo da lontano la chiazza colorata della piccolo mezzo ancora al suo posto, evidentemente non trafugato durante le ore precedenti né durante la notte.
     Dicevo fra me: dà una sensazione così particolare (un misto di straniamento e tenerezza insieme) che neanche teppisti e ladruncoli hanno avuto il coraggio di andargli accanto. Mentre lo facevo notare ai miei figli siamo stati superati da un automezzo per la raccolta dei rifiuti che si è fermato accanto alle righe del parcheggio; l'addetto che ne è sceso ha preso la lo scooterino, l'ha buttato nel cassone ed è ripartito. La scena, seppur vista in lontananza, ci ha lasciati ammutoliti. 
   Ho la sensazione che questo episodio racchiuda una morale, ma la sento troppo triste per affrontarla; il tutto mi appare fin troppo smaccatamente simbolico: la bicicletta colorata del bambino innocente, diligentemente parcheggiata al suo posto, viene buttata via mentre i resti delle azioni criminose degli adulti giacciono abbandonati lungo le strade, sorta di squallido memento. O forse il dispiacere per aver perso la Parma che amavamo, quella città vivibile che gli altri ci invidiavano, mi fa vedere quello che non c'è?



BIBLIOGRAFIA:

RASTELLI, Rosangela: Parma in controluce. Parma, Battei, 1994.
PAOLETTI, Pier Maria: Parma una città senza amore. Parma, Italia Nostra - Sezione di Parma, 1981.

Per ulteriori indicazioni bibliografiche relative a Parma, società e costume andate alla pagina:

Per informazione vi segnalo che la Questura di Parma custodisce un gran numero di biciclette rubate per le quali ha creato schede fotografiche che vengono anche periodicamente diffuse: le vittime di furto possono tentare la ricerca anche per questa via.

lunedì 9 novembre 2015

L'ISPETTORE DERRICK, MARIA LUIGIA E LE VIOLETTE DI PARMA

  
       In tempi più felici, quando in televisione si vedevano anche programmi che non trattassero esclusivamente di cibo, del suo uso ed abuso (la "pornogastronomia", come dice il nostro professor Giovanni Ballarini), Parma era ricordata non solo come cuore della food valley, ma anche come città di arte, musica e, perché no?, di profumi. 
   Mio padre, che partecipò al Congresso Universale di Esperanto a Monaco di Baviera nel 1951, conobbe esperantisti proveniente da tutto il mondo e, avendo detto a uno di costoro di essere di Parma, si sentì rispondere "Ah, Parma! La urbo de la violeto!" ("Ah, Parma! La città della violetta!"). Roba da Belle Epoque, oggi quasi impensabile.
      Ancora dalla Germania e da quegli stessi anni viene un'altra notizia curiosa. Horst Tappert, in Italia meglio noto come il volto del più celebre poliziotto tedesco, nella sua simpatica biografia dal titolo Io e Derrick. Le mie due vite racconta di come, subito dopo la guerra, quasi per caso divenne attore. Inizialmente lavorò in teatro, cimentandosi in diversi generi, tra cui il musical. Nel capitolo dall'evocativo titolo Step, frac e violette, ricorda l'arrivo e il grande successo in Germania dello spettacolo in stile Broadway. 
     Tappert ebbe la fortuna di lavorare con Heinz Lingen, coreografo tedesco emigrato negli Stati Uniti e, alla fine del conflitto, rientrato in Germania dopo aver lavorato con Fred e Adele Astaire. Fu lui a insegnargli a ballare per il debutto in Sua Altezza si diverte di Rudolf Nelson. Così Tappert rievoca l'episodio:
      "Alla prima mi mancò quasi la parola. Lingen era lì, che dirigeva l'orchestra, con quel bellissimo frac di cui parlavo prima. Mi piacciono i frac. Per me sono il non plus ultra dell'eleganza maschile. E Lingen era lì con un modello da sogno. Fatto su misura a New York, tagliato all'altezza della vita, largo quanto bastava, e ai lati, sotto il nero, non si vedeva uscire neanche un filino di bianco, come capita facilmente con i soliti frac. Già l'apparizione di Lingen era degna di un applauso. A questo punto veniva la canzone Parmaveilchen (Violette di Parma). Allora Lingen prese uno spruzzatore, salì in galleria e spruzzò sul pubblico del profumo di violetta alla maniera di Broadway, con la massima eleganza, come si addice a un gentiluomo in frac. La gente era felice".
      La passione per il profumo delle viole era condivisa anche dalla nostra Maria Luigia. Nella collana Quaderni del Museo che così bene valorizza il suo patrimonio, il Museo Glauco Lombardi, dedicato ai cimeli della Duchessa, ha pubblicato il volume Maria Luigia e le violette di Parma (2008) e la sua riedizione accresciuta Maria Luigia e la violetta di Parma (2013), a cura di Francesca Sandrini. Qui troverete tante curiosità e approfondimenti sulla fortuna che il piccolo fiore ebbe in Europa nel corso dei due secoli passati e sulla sua presenza nella casa, nell'abbigliamento e nel giardino di Maria Luigia che addirittura lo coltivava. Scriveva infatti all'amica duchessa di Montebello: 
   
 "Vi pregherei di farmi avere [...] qualche pianta di violette di Parma con l'istruzione scritta per piantarle e farle fiorire [...]; spero che esse attecchiranno bene, poiché divengo una studiosa di botanica e sarei contenta di coltivare ancora questo leggiadro piccolo fiore".
     Nel 1870 Ludovico Borsari inizia la sua attività di profumiere. I primi boccetti di Violetta di Parma contengono estratti e sono eleganti e ricercati, arricchiti da una grafica di avanguardia. Nel 1990 nella palazzina storica sede della ditta è stata inaugurata "La Collezione Borsari 1870. Primo Museo Italiano della Profumeria", che però, purtroppo, in questo momento non è più visitabile.
      Di questi tempi, passata di moda come profumo, la Violetta è ricercata più dai turisti che non dai parmigiani; a noi piace ricordarla con le parole della Sandrini :
" Una duchessa, una città, un fiore che è anche un colore e un profumo: questi i protagonisti di un simbolo che ancora oggi affascina, tra storia e tradizione, tra dati certi e inebrianti suggestioni".

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